BitGo e Jupiter hanno annunciato un’integrazione che, nelle intenzioni delle società, permetterà ai clienti istituzionali di BitGo di effettuare staking di SOL attraverso il validatore Jupiter senza uscire dai conti di custodia già utilizzati. L’annuncio, datato 28 ottobre 2026, porta una funzione nativa della rete Solana dentro un flusso pensato per operatori che gestiscono asset digitali con procedure di custodia e autorizzazione strutturate.
Lo staking è uno dei meccanismi con cui una blockchain proof-of-stake come Solana viene supportata. I possessori di SOL possono delegare i token a un validatore, ossia un soggetto che partecipa alla validazione delle transazioni e al funzionamento della rete. In cambio della partecipazione, il protocollo prevede ricompense di staking. Jupiter, nota per servizi di finanza decentralizzata su Solana, afferma di operare anche un validatore; è questa componente dell’infrastruttura a essere collegata ai servizi di BitGo.
Il punto dell’accordo non è una modifica delle regole di Solana, ma dell’accesso operativo allo staking. Per chi conserva SOL presso BitGo, la delega al validatore Jupiter dovrebbe poter avvenire nello stesso ambiente di custodia, evitando il passaggio verso un fornitore separato. Secondo le due società, questa impostazione è destinata a ridurre la complessità connessa alla gestione di asset presso più operatori e a inserire lo staking nei processi già adottati dalla clientela istituzionale.
La distinzione è rilevante perché custodia e partecipazione a una rete blockchain rispondono a esigenze diverse. La custodia riguarda la conservazione e la gestione dell’accesso agli asset; lo staking riguarda invece la delega dei token a un validatore. Riunire le due attività nella medesima infrastruttura può rendere più lineare l’operatività, ma non trasforma lo staking in un prodotto privo di rischi né modifica l’esposizione dell’investitore a SOL.
Le ricompense sono infatti denominate nell’asset della rete e il loro valore in valuta tradizionale dipende anche dal prezzo di SOL, che può variare. Inoltre, il risultato economico dello staking dipende dalle regole del protocollo e dal funzionamento del validatore. La possibilità di ricevere ricompense non equivale quindi a un rendimento fisso o garantito. La scelta del validatore resta un elemento rilevante, poiché collega la delega dell’utente all’operatività dell’infrastruttura che contribuisce alla rete.
BitGo presenta l’integrazione come un’estensione delle opportunità di staking offerte alla propria clientela istituzionale. Nel comunicato, la società dichiara di offrire custodia regolamentata, conservazione a freddo e protezioni indicate come bankruptcy-remote, oltre a una copertura assicurativa fino a 250 milioni di dollari. L’annuncio non dettaglia però le condizioni applicabili al nuovo servizio, i limiti della copertura, le commissioni, i tempi operativi o i criteri di accesso dei clienti. Questi aspetti restano necessari per valutare concretamente il perimetro della proposta.
Per Jupiter, l’accordo amplia il ruolo attribuito al proprio validatore oltre le attività per cui la piattaforma è maggiormente conosciuta, come scambi, contratti perpetui e lending. Per BitGo, il collegamento aggiunge un’opzione di staking SOL all’interno dell’offerta di infrastrutture per asset digitali. Le due società descrivono l’operazione come un ponte tra la custodia istituzionale e la partecipazione diretta alla rete Solana.
L’annuncio non fornisce dati sui volumi di SOL che potranno essere delegati, sul numero dei clienti interessati o sull’effettivo utilizzo del servizio. Non consente quindi di misurarne l’impatto commerciale o sulla distribuzione dello staking nella rete. Indica tuttavia un passaggio operativo preciso: lo staking, nato come funzione eseguibile direttamente sulla blockchain, viene proposto anche attraverso servizi di custodia rivolti a istituzioni. La portata dell’integrazione dipenderà dalle condizioni rese disponibili ai clienti e dall’esecuzione del servizio, in un contesto in cui restano presenti i rischi di mercato e quelli propri dell’infrastruttura blockchain.
Tre vulnerabilità di Bitcoin Core, il software open source utilizzato per eseguire nodi della rete Bitcoin, sono state corrette dopo essere state individuate da un’iniziativa di analisi automatizzata basata su modelli linguistici. Due difetti potevano provocare un consumo progressivo della memoria fino all’arresto del nodo; il terzo riguardava file impiegati nella gestione delle riorganizzazioni della blockchain. Gli avvisi non riportano casi di sfruttamento attivo, ma descrivono rischi che potevano compromettere la capacità dei nodi vulnerabili di restare connessi e di elaborare i dati della rete.
Le correzioni sono state distribuite nelle versioni 29.5, 30.4, 31.2 e 32.1 di Bitcoin Core. La pubblicazione degli aggiornamenti è stata seguita a breve distanza dalla divulgazione dei problemi, coerentemente con la politica di sicurezza del progetto per debolezze considerate individuabili con relativa facilità, anche mediante scansioni assistite dall’intelligenza artificiale. Per chi gestisce un nodo, l’aggiornamento riguarda quindi la continuità operativa: un nodo che esaurisce la memoria o si arresta perde la possibilità di rimanere collegato e di svolgere le proprie funzioni sulla rete finché non viene ripristinato.
Il difetto ritenuto più immediatamente sfruttabile interessava nodi in esecuzione su Windows, macOS e BSD. Un peer malevolo avrebbe potuto inviare dati di rete costruiti in modo da aggirare le protezioni previste per limitare il traffico in ingresso. La memoria impiegata dal processo avrebbe potuto crescere fino al crash del software. Linux non era coinvolto in questa specifica vulnerabilità, perché usa un meccanismo diverso per monitorare le connessioni di rete. Il caso mostra come una debolezza di questo tipo non riguardi indistintamente Bitcoin, ma determinate configurazioni del client e dei sistemi operativi sui quali viene eseguito.
Il secondo problema, classificato di gravità media, riguardava la comunicazione con peer meno recenti che non supportano una funzione di rete introdotta dal Bitcoin Improvement Proposal 31. In questo scenario, un peer ostile avrebbe potuto far accumulare senza limite messaggi in uscita. L’impatto indicato raggiungeva fino a 2 megabyte all’ora per ciascuna connessione in entrata e fino a 5 megabyte all’ora per ciascuna connessione in uscita. Il dato non descrive un consumo istantaneo, ma una pressione che può crescere nel tempo fino a esaurire le risorse disponibili del nodo e interromperne la connessione alla rete.
La terza vulnerabilità, valutata a bassa gravità, coinvolgeva i file usati da Bitcoin Core per gestire il ripristino delle transazioni durante una riorganizzazione della blockchain. In circostanze altamente inusuali, un miner avrebbe potuto generare una quantità di dati tale da superare i limiti della posizione nei file, con il rischio di corrompere i registri necessari al processo e di causare l’arresto dei nodi interessati. Sugli ordinari sistemi a 64 bit, lo sfruttamento richiederebbe migliaia di blocchi appositamente costruiti e una riorganizzazione della catena estremamente precisa: condizioni alla base della minore severità attribuita al problema.
Le anomalie sono state rilevate inizialmente da Project Loupe, un’iniziativa di scansione automatizzata fondata sui grandi modelli linguistici e sviluppata da Elias Rohrer presso Spiral. Gregory Sanders ne ha successivamente convalidato i risultati e ha avvisato il team di sicurezza di Bitcoin Core. La prima vulnerabilità è stata individuata l’8 luglio, una seconda il 15 settembre e il difetto relativo all’esaurimento della memoria su Windows e macOS il 23 ottobre. Le patch sono state completate il 26 ottobre e le versioni aggiornate sono state rilasciate nei due giorni successivi.
L’episodio non equivale a una sostituzione della revisione tecnica con l’intelligenza artificiale. Nel percorso descritto, l’analisi automatizzata ha contribuito a individuare possibili anomalie; la convalida, la valutazione dell’impatto e la correzione sono passate attraverso il lavoro degli sviluppatori. Il rilievo della vicenda sta proprio nella combinazione fra strumenti capaci di analizzare una base di codice complessa e una procedura di risposta che porta rapidamente alla distribuzione delle patch. Se difetti di questo genere diventano più semplici da cercare, anche la tempestività degli aggiornamenti diventa un elemento essenziale della sicurezza dell’infrastruttura.
Le patch, tuttavia, non eliminano ogni esposizione nelle configurazioni meno aggiornate. Bitcoin Core ha avvertito che i sistemi a 32 bit e i nodi che archiviano i dati della blockchain su file system FAT32 possono restare vulnerabili al problema di overflow in condizioni specifiche. Le serie 29.x e precedenti hanno inoltre raggiunto la fine del supporto: l’installazione della patch 29.5 non rende queste diramazioni nuovamente mantenute per futuri aggiornamenti. Il passaggio alla versione 32.1 richiede anche macOS 14 o una versione successiva, oppure Windows 10 versione 1903 o successiva; per chi proviene da release obsolete può essere necessaria ulteriore attenzione alla migrazione della directory dei dati.
La vicenda riporta l’attenzione su una componente meno visibile della rete Bitcoin: la sicurezza del software che consente ai nodi di validare transazioni e blocchi e di comunicare tra loro. L’assenza di sfruttamenti attivi segnalati non riduce l’utilità degli aggiornamenti, soprattutto quando le debolezze sono state rese pubbliche dopo il rilascio delle correzioni. Per gli operatori, la distinzione non è soltanto tecnica: mantenere software e sistemi supportati è una condizione pratica per ridurre l’esposizione a problemi già identificati e corretti dal progetto.
Lugano ha sottoscritto con Tether una lettera di intenti che apre la seconda fase del Plan B e colloca blockchain, intelligenza artificiale, identità digitale sovrana e infrastrutture distribuite nel perimetro della Strategia Digitale 2025-2030 del municipio. L’iniziativa sposta l’attenzione dai pagamenti digitali a un disegno più ampio: l’uso di tecnologie digitali nella pubblica amministrazione, con obiettivi di trasparenza della governance e di allineamento delle risorse al budget disponibile.
Il precedente risale al 2022, quando Lugano aveva siglato con Tether l’accordo che ha dato avvio al Plan B. Tra le misure richiamate figura la possibilità di pagare tasse e servizi attraverso Bitcoin e valute digitali ancorate al dollaro. Una stablecoin è un token progettato per mantenere un riferimento di valore rispetto a un’attività; nel caso di USDT, emesso da Tether, il riferimento dichiarato è il dollaro statunitense. Il nuovo memorandum punta ora a promuovere internazionalmente l’inclusione di attività blockchain e a estendere la riflessione alle infrastrutture pubbliche e all’identità digitale.
I numeri diffusi sul progetto indicano 47.547 utenti LVGA, 490 commercianti interessati e un incremento del 97% del volume delle transazioni nel 2024. Il dossier segnala inoltre oltre 130 società Web3 insediate in città e il raggiungimento del milione di operazioni per le modalità di pagamento digitale sviluppate sul territorio. Questi dati descrivono la dimensione dichiarata dell’ecosistema, ma non consentono da soli di misurarne sostenibilità economica, costi, benefici rispetto ad altre soluzioni digitali o grado di utilizzo effettivo dei singoli servizi. Anche la percentuale di crescita del volume non è accompagnata dall’indicazione del valore assoluto o della base di confronto.
La questione centrale della nuova fase non riguarda quindi soltanto lo strumento di pagamento. Un’infrastruttura distribuita può consentire a soggetti autorizzati di consultare e aggiornare un registro secondo regole condivise, invece di concentrare ogni funzione in un unico archivio. In ambito pubblico, questa impostazione può essere applicata a procedure, autorizzazioni o documenti, ma la tecnologia non determina da sola la qualità delle informazioni registrate né il loro riconoscimento giuridico. Restano decisive le regole che stabiliscono chi può accedere ai dati, aggiornarli, verificarli o correggerli.
L’identità digitale sovrana, inclusa fra gli ambiti indicati, riguarda modelli nei quali le persone possono gestire credenziali digitali verificabili. Il suo impiego in un contesto amministrativo richiede però che le credenziali siano accettate dagli enti coinvolti e che l’architettura tenga conto della protezione dei dati e dell’accessibilità dei servizi. L’obiettivo dichiarato da Lugano è rispondere alla concentrazione della gestione dei dati presso pochi operatori con un modello decentralizzato che riporti l’individuo al centro del controllo sulle informazioni che lo riguardano. È un orientamento che dovrà misurarsi con le modalità concrete di attuazione.
La Strategia Digitale 2025-2030 prevede otto criteri guida, sette ambiti strategici, un Digital Office interno e un Comitato etico-scientifico. Nel percorso sono menzionate USI, Supsi, EPFL di Losanna ed ETH di Zurigo. Il piano richiama responsabilità definite e indicatori misurabili: un passaggio rilevante perché la valutazione di un servizio pubblico digitale richiede parametri verificabili, non soltanto l’adozione di una nuova tecnologia. Il dossier non precisa tuttavia quali indicatori saranno utilizzati né in quali tempi saranno resi disponibili i risultati.
Lugano richiama inoltre cinque prestiti digitali, presentati come un debutto internazionale di un ente pubblico in un mercato regolamentato. La rappresentazione digitale di diritti finanziari mediante token può riguardare alcune fasi dell’emissione, del trasferimento o della rendicontazione, ma non sostituisce di per sé le regole applicabili, gli obblighi dell’emittente o le tutele previste per gli investitori. Il dossier non fornisce dettagli sui prestiti, sulle loro caratteristiche o sui risultati dell’operazione; non è quindi possibile valutarne effetti o replicabilità.
La nuova intesa si colloca anche nel dibattito sulla trasparenza delle stablecoin. Tether ha annunciato di avere incaricato una società appartenente alle Big Four per un audit completo delle riserve, senza rendere pubblico il nome dell’incaricata. Secondo quanto dichiarato dalla società guidata da Paolo Ardoino, la revisione dovrebbe riguardare attivi digitali, riserve tradizionali e passività tokenizzate e mirerebbe a certificare la piena copertura di USDT. L’annuncio non equivale alla pubblicazione di un audit concluso: finché il rapporto non sarà diffuso, l’incarico comunicato dall’emittente e l’esito di una verifica indipendente restano piani distinti.
Il caso di Lugano mostra come le tecnologie nate nell’ambito della finanza decentralizzata vengano considerate anche per funzioni amministrative e servizi territoriali. Un report dedicato alla città, citato nel dossier, descrive l’esperienza come un sistema digitale pubblico fondato su tecnologia condivisa, incentivi digitali, formazione e pagamenti. La sua portata non può però essere dedotta dalla sola presenza della blockchain o dal numero delle transazioni. La tenuta di un’infrastruttura pubblica dipende dalla capacità di offrire servizi comprensibili e accessibili, da responsabilità chiare e dalla possibilità di valutarne gli effetti con dati comparabili. È su questi elementi che la seconda fase del Plan B potrà essere giudicata oltre l’annuncio tecnologico.
Negli Stati Uniti aumenta la quota di adulti che dichiara di aver posseduto o usato criptovalute almeno una volta nella vita, ma non cresce l’utilizzo recente. È la distinzione centrale emersa da un sondaggio Ipsos realizzato per il DeFi Education Fund: il 22% degli intervistati riferisce un’esperienza con le criptovalute, contro il 18% della rilevazione precedente, mentre la quota di chi afferma di averle usate negli ultimi 12 mesi resta al 13%.
Il dato separa due misure che nel dibattito sull’adozione vengono spesso sovrapposte. La partecipazione nel corso della vita può aumentare perché più persone hanno sperimentato un prodotto, senza che cresca il numero di utilizzatori nel presente. In questo caso, il sondaggio attribuisce quasi interamente l’aumento a persone che avevano usato o posseduto criptovalute in passato ma non nell’ultimo anno. Fra gli americani che non hanno utilizzato criptovalute nei dodici mesi precedenti, la percentuale di chi dichiara un’esperienza passata è salita dal 5% all’11%.
Non si tratta quindi di un’indicazione univoca di espansione dell’uso corrente. Il 17% degli intervistati si aspetta di possedere o usare criptovalute in futuro, una percentuale poco distante dal 16% della rilevazione precedente. Le intenzioni espresse in un questionario non coincidono con un acquisto o con un utilizzo effettivo, ma il confronto suggerisce un interesse che non appare in forte accelerazione.
Ipsos ha intervistato 1.545 adulti dall’8 al 16 settembre attraverso KnowledgePanel, un panel basato su campionamento probabilistico. Il margine di errore dichiarato è di più o meno 2,8 punti percentuali. Il DeFi Education Fund, committente dell’indagine, è un gruppo di advocacy sulle politiche relative alle criptovalute: i risultati vanno quindi letti per ciò che misurano, cioè risposte e percezioni dichiarate dal campione, senza confonderle con dati osservabili sulle transazioni o sui portafogli detenuti.
Le differenze interne al campione sono nette. Il 18% degli uomini dichiara di avere usato criptovalute nell’ultimo anno, contro l’8% delle donne. Gli adulti sotto i 60 anni risultano inoltre più propensi all’uso rispetto agli intervistati più anziani. Anche le motivazioni per il primo contatto con questi strumenti descrivono un quadro meno lineare di una semplice corsa all’investimento: tra quanti hanno posseduto criptovalute, il 34% indica la curiosità come ragione principale, mentre il 25% cita l’investimento a lungo termine.
La rilevazione inserisce questo rapporto ancora discontinuo con le criptovalute in un contesto di diffidenza verso la sicurezza finanziaria e digitale. Solo il 19% degli intervistati considera sicuro il sistema finanziario. Il 63% ritiene che debba essere aggiornato per affrontare minacce come la criminalità informatica e l’intelligenza artificiale; sei persone su dieci temono violazioni dei dati presso grandi istituzioni finanziarie e il 54% dubita che tali istituzioni siano preparate a proteggere le informazioni personali dalle minacce collegate all’intelligenza artificiale. Per il 74%, la privacy finanziaria è importante.
Questa insoddisfazione non si traduce però in una fiducia generalizzata nelle infrastrutture crypto. Solo il 4% degli intervistati esprime un livello elevato di fiducia negli exchange di criptovalute e il 5% nelle piattaforme decentralizzate. Le grandi banche nazionali raggiungono il 42%, mentre le cooperative di credito arrivano al 48%, pur con un calo di cinque punti percentuali rispetto all’anno precedente. Il confronto mostra che le criticità percepite nel sistema tradizionale non bastano, da sole, a spostare la fiducia verso servizi basati su blockchain.
Il divario fra curiosità e comprensione è particolarmente visibile nel caso della finanza decentralizzata, o DeFi. Con questa espressione si indicano applicazioni finanziarie native dell’ecosistema crypto che permettono, fra le altre cose, di acquistare, vendere o prendere in prestito asset digitali senza un intermediario terzo. Solo il 2% del campione si considera molto familiare con la DeFi. Il 6% ha identificato correttamente tutte e quattro le caratteristiche delle criptovalute sottoposte nel questionario, mentre il 35% ha dichiarato incertezza su come descriverle.
Eppure il 40% afferma che sarebbe almeno abbastanza propenso a provare la DeFi se fosse disponibile. Tra questi intervistati, più di otto su dieci indicano il risparmio, la possibilità di ottenere interessi o il trasferimento di denaro a parenti e amici come possibili utilizzi. Sono esigenze finanziarie ordinarie, ma l’interesse per una funzione non equivale alla capacità di valutarne funzionamento e rischi. Nei servizi decentralizzati, la gestione degli asset può comportare responsabilità operative dirette per l’utente; inoltre, come in altri prodotti finanziari, restano rilevanti i rischi di mercato, tecnici e di controparte che possono dipendere dalla struttura concreta del servizio utilizzato.
Il dato forse più problematico per il settore è il calo dell’interesse a informarsi. La quota di persone interessate ad approfondire le stablecoin è scesa dall’11% al 7%, mentre quella relativa alla DeFi è passata dall’11% all’8%. Il sondaggio colloca questo movimento dopo l’introduzione, indicata nel dossier, di norme federali sulle stablecoin tramite il GENIUS Act. Una stablecoin è un token progettato per mantenere un valore stabile rispetto a un’attività di riferimento; tale caratteristica non elimina la necessità di comprendere riserve, rimborso, emittente e regole applicabili.
La fotografia restituita dall’indagine non parla né di rifiuto delle criptovalute né di piena normalizzazione. Cresce la quota di chi le ha provate almeno una volta, l’uso nell’ultimo anno non avanza e la familiarità con DeFi e caratteristiche delle criptovalute resta bassa. Per operatori, intermediari e decisori pubblici, la questione non è soltanto rendere disponibili nuovi strumenti: contano la chiarezza delle informazioni, la protezione dei dati, la custodia e la capacità degli utenti di comprendere responsabilità e rischi. La curiosità può ampliare il pubblico potenziale, ma non sostituisce la fiducia necessaria a un utilizzo continuativo.
Bitcoin ha superato gli 81.000 dollari il 28 ottobre 2026, con un incremento del 2% nelle prime ore della mattina asiatica. Il rialzo ha coinvolto anche altri asset digitali: HYPE ha guidato il movimento tra gli altcoin, salendo di quasi il 6% e superando gli 81 dollari. ZEC, DOGE, BNB, SOL, XRP ed ETH hanno invece registrato aumenti compresi tra il 2% e il 5%.
Il quadro descritto resta quello di una seduta positiva, ma i dati disponibili riguardano un intervallo ristretto e non consentono di definire una tendenza più ampia né di attribuire il movimento a una causa specifica. Il superamento della soglia degli 81.000 dollari segnala comunque che Bitcoin è tornato sopra quel livello nel momento rilevato, mentre la contemporanea crescita di diversi altcoin mostra un rialzo esteso a più token.
L'attenzione degli investitori resta rivolta anche alla Federal Reserve. Secondo CME FedWatch, la probabilità di tassi di interesse invariati è del 51,6%, in un contesto di attesa per una pausa nei rialzi. Questa indicazione non equivale a una decisione della banca centrale e lascia aperti scenari alternativi. La cautela segnalata sul mercato si concentra inoltre sulle dichiarazioni del presidente della Fed, Kevin Warsh.
La seduta del 28 ottobre unisce quindi un avanzamento di Bitcoin, guadagni diffusi tra gli altcoin e un quadro monetario ancora osservato con attenzione. Il dato sui tassi resta uno degli elementi al centro delle aspettative, senza che dalle informazioni disponibili sia possibile stabilire un nesso diretto con i rialzi registrati dalle criptovalute.