Shinhan Card e alcune società del gruppo finanziario giapponese SBI stanno esplorando pagamenti transfrontalieri con stablecoin ancorate allo yen per i visitatori giapponesi in Corea del Sud. L’iniziativa comprende pagamenti presso esercenti collegati a carte, trasferimenti diretti tra portafogli digitali e l’eventuale regolamento di pagamenti commerciali tra i due Paesi. Non è però un servizio disponibile: non sono stati indicati né una data per i test né un calendario per un possibile lancio commerciale.
La collaborazione coinvolge Shinhan Card, società di Shinhan Financial, l’exchange SBI VC Trade e SBI XDC Network APAC, attiva nelle infrastrutture blockchain per il trade finance. SBI Holdings ha dichiarato che le parti valuteranno l’uso di stablecoin in yen nei flussi di pagamento tra Giappone e Corea del Sud e lavoreranno anche su sistemi per individuare operazioni sospette e rispettare gli obblighi antiriciclaggio.
Il progetto punta dunque a verificare se un token digitale legato allo yen possa essere inserito in strumenti di pagamento familiari, come una carta. Una stablecoin è progettata per mantenere un valore collegato a un’attività di riferimento; in questo caso, l’ipotesi riguarda lo yen. Resta tuttavia da definire quale token sarà impiegato, con quali modalità tecniche e regolamentari e come avverrà il regolamento delle transazioni in Corea del Sud.
SBI distribuisce già JPYSC, una stablecoin in yen emessa da SBI Shinsei Trust Bank e introdotta con Startale Group a giugno. Al 7 settembre, secondo SBI VC Trade, il token aveva una circolazione di circa 20,1 miliardi di yen, indicati come equivalenti a 127 milioni di dollari. JPYSC è però limitata ai conti di SBI VC Trade e non può ancora essere trasferita verso portafogli esterni. La sua eventuale circolazione su blockchain pubbliche dipende inoltre dalla chiarezza normativa e fiscale e dalle necessarie approvazioni. Le società non hanno dichiarato che JPYSC sarà utilizzata nel programma con Shinhan.
L’assenza di una stablecoin già designata è centrale. L’accordo non annuncia infatti una valuta digitale comune tra Giappone e Corea del Sud, né segnala un’autorizzazione regolamentare per un nuovo servizio. Descrive una fase esplorativa nella quale dovranno essere definiti il perimetro del test, l’asset da utilizzare e le procedure operative e di conformità.
Shinhan Card serve circa 20 milioni di titolari di carte. L’iniziativa si inserisce nella più ampia attività di Shinhan Financial sugli asset digitali: ad agosto il gruppo aveva annunciato un accordo con Visa per esplorare emissione di stablecoin, trasferimenti e compensazione collegata alle carte. La collaborazione con SBI estende questa attenzione al corridoio di pagamento tra Giappone e Corea del Sud.
Il punto da osservare sarà se l’esplorazione porterà a un servizio concretamente utilizzabile e a quali condizioni. Per gli utenti e gli esercenti conterebbero le modalità di pagamento, le conversioni necessarie, le commissioni, l’assistenza e le tutele previste in caso di operazioni problematiche. Per le imprese coinvolte, il nodo sarà integrare l’uso di token in yen con i controlli richiesti per i pagamenti transfrontalieri.
Per ora, Shinhan e SBI hanno definito un ambito di studio, non un prodotto. Il progetto mostra l’interesse di operatori finanziari e di pagamento per l’impiego di stablecoin nei trasferimenti internazionali, ma le caratteristiche decisive dell’eventuale servizio restano da precisare.
Le banche prive di canali commerciali legati alle criptovalute o di strategie connesse a questo settore potrebbero subire uno svantaggio competitivo se l’adozione degli asset digitali crescerà. L’avvertimento arriva da Tom Lee, che invita a non interpretare l’attuale centralità delle infrastrutture finanziarie tradizionali come una condizione necessariamente permanente.
Nell’intervista, Lee ha affermato che circa il 99% dell’attività finanziaria è oggi gestito da infrastrutture convenzionali. Si tratta di una sua valutazione, non di un dato ufficiale fornito per l’intero sistema finanziario. Per Lee, proprio il predominio attuale di questi canali può indurre investitori e imprese a considerare le criptovalute un ambito marginale.
La sua tesi richiama una distorsione da recenza: la tendenza a proiettare nel futuro gli equilibri osservati nel presente. Il fatto che la gran parte dell’attività finanziaria passi oggi attraverso strutture consolidate non implica, secondo Lee, che la stessa ripartizione debba restare invariata nel lungo periodo.
Il punto non è una previsione sulla scomparsa della finanza tradizionale, né una garanzia sulla diffusione delle infrastrutture crypto. Lee sostiene piuttosto che banche, investitori e imprese potrebbero sottovalutare la velocità di un eventuale cambiamento se l’attività finanziaria iniziasse a spostarsi gradualmente verso canali collegati alle criptovalute.
Per gli istituti, la questione riguarda quindi la capacità di valutare se e come presidiare un’evoluzione ancora incerta. L’attuale peso delle infrastrutture tradizionali resta la premessa dell’analisi di Lee; il tema aperto è se questa prevalenza possa spingere gli operatori a trascurare trasformazioni che, qualora l’adozione crescesse, inciderebbero sulla concorrenza nei servizi finanziari.
La Lettonia prevede di introdurre nella prima metà del 2027 un quadro normativo per la tokenizzazione degli asset reali, o RWA. A indicare l’obiettivo è stato il ministro dell’Economia Viktors Valainis. Il lavoro coinvolge il ministero dell’Economia, la banca centrale, il ministero delle Finanze e rappresentanti del settore.
Tra le possibili prime applicazioni figurano gli immobili commerciali. Anche i titoli di Stato sono indicati come una priorità ancora in esame. Non sono però disponibili dettagli sulle misure previste, sui soggetti che potranno operare nel nuovo perimetro né su eventuali progetti applicativi.
La tokenizzazione consiste nella rappresentazione digitale di diritti collegati a un’attività esistente. Nel caso di un immobile commerciale, il punto decisivo non è soltanto la creazione di un token, ma la definizione del diritto che quel token attribuisce: una quota, un credito, un diritto economico o un’altra posizione prevista dalla struttura dell’operazione. Lo stesso vale per un titolo di Stato, per il quale restano centrali le condizioni dell’emissione, il debitore, le scadenze e le modalità di rimborso.
La tecnologia, da sola, non chiarisce questi aspetti. Un quadro normativo dovrà quindi stabilire come siano identificati gli asset o i diritti rappresentati, quali regole disciplinino trasferimenti e registrazioni e quali responsabilità ricadano sui soggetti coinvolti. La possibilità di dividere digitalmente un’esposizione non equivale inoltre, di per sé, alla presenza di un mercato liquido o alla semplicità di rivendere il token.
Secondo Valainis, la valutazione degli adeguamenti normativi è ancora in corso. L’obiettivo iniziale era completarla entro il 1° ottobre dell’anno indicato nella comunicazione, ma il lavoro non risulta concluso. La circostanza conferma che il percorso resta in una fase di elaborazione e che la scadenza della prima metà del 2027 rappresenta, allo stato delle informazioni disponibili, un traguardo previsto e non l’annuncio di emissioni già definite.
L’interesse per immobili commerciali e titoli di Stato mostra due possibili direzioni della tokenizzazione: da una parte la rappresentazione digitale di attività legate all’economia reale, dall’altra l’eventuale applicazione a strumenti di debito pubblico. In entrambi i casi, l’utilità del modello dipenderà dalla chiarezza dei diritti associati ai token e dalle regole che accompagneranno la loro emissione e circolazione.
Per investitori, imprese e intermediari, la novità lettone è quindi soprattutto regolamentare. Il progetto non consente ancora di valutare prodotti specifici o effetti concreti sul mercato, ma segnala l’intenzione di definire un perimetro per applicazioni che oggi il governo considera prioritarie. Il passaggio decisivo sarà la traduzione dell’obiettivo in norme e procedure capaci di collegare in modo chiaro la rappresentazione digitale ai diritti sull’attività sottostante.
Nel Regno Unito le restrizioni bancarie sui trasferimenti destinati alle criptovalute sono diventate un tema politico e di mercato. Tra maggio e agosto 2026, Stand With Crypto ha raccolto 10.092 reclami di consumatori che segnalavano ostacoli nell’acquisto di criptoasset o nell’invio di denaro a piattaforme del settore. Il dato non descrive l’intera esperienza della clientela bancaria britannica, ma evidenzia una frizione tra l’obiettivo di costruire un quadro favorevole alle imprese crypto e l’accesso ai canali bancari utilizzati per finanziare i conti sulle piattaforme.
La raccolta si è svolta in 90 giorni attraverso uno strumento online promosso dal gruppo di advocacy. Stand With Crypto afferma che circa 9.800 persone lo hanno utilizzato e che le segnalazioni hanno riguardato tutte le 650 circoscrizioni parlamentari britanniche. Si tratta però di adesioni volontarie a una campagna, non di un campione statistico dei correntisti. I risultati non sono corretti in base alle quote di mercato delle banche nei conti correnti: un numero assoluto più elevato di reclami non dimostra quindi, da solo, un tasso di disservizio superiore per un determinato istituto.
Lloyds Banking Group è associato al maggior numero di segnalazioni, 2.297, circa il 23% del totale raccolto. Seguono Barclays, con 1.569 reclami, e NatWest Group, con 1.278. Lloyds comprende anche Halifax e Bank of Scotland. Questa graduatoria va letta con cautela. Nell’esame dei siti bancari condotto da Stand With Crypto al 28 agosto non risultava pubblicata da Lloyds una politica che limitasse esplicitamente i trasferimenti collegati alle criptovalute. La distanza fra le regole rese pubbliche e l’operatività segnalata dagli utenti è dunque uno dei punti sollevati dalla campagna, non la prova che tutti gli istituti adottino la stessa politica.
Le misure pubblicate non sono uniformi. Barclays indica un limite di 2.500 sterline per singola operazione e un tetto di 10.000 sterline nell’arco di 30 giorni per i trasferimenti in criptovalute. NatWest e Santander pubblicano soglie per operazione e su base mensile. Starling Bank, TSB e Chase UK figurano invece fra gli istituti indicati come soggetti che vietano tali trasferimenti. Un limite non equivale a un divieto assoluto, ma può rendere impossibile effettuare una movimentazione oltre una certa soglia o richiederne la ripartizione nel tempo.
Il tema coinvolge anche gli exchange registrati presso la Financial Conduct Authority, l’autorità di condotta finanziaria britannica. Katie Harries, responsabile delle politiche europee di Coinbase, ha sostenuto che i bonifici bancari siano essenziali per i clienti che alimentano i conti sulla piattaforma e che Coinbase incontri le stesse restrizioni generalizzate del resto del comparto, nonostante la registrazione presso la FCA. La registrazione non elimina automaticamente i controlli condotti dalla banca e non crea un diritto incondizionato all’esecuzione di ogni trasferimento. Rende però più visibile la tensione tra l’accesso a operatori inseriti nel perimetro previsto dall’autorità e politiche bancarie applicate al settore crypto nel suo complesso.
Harries ha richiamato una ricerca dello UK Cryptoasset Business Council secondo cui, nei dodici mesi precedenti, le banche avrebbero bloccato o ritardato il 40% dei trasferimenti tentati verso exchange registrati presso la FCA. Si tratta di un indicatore attribuito al Consiglio, non di una statistica ufficiale della FCA. La dirigente ha inoltre riferito che la maggior parte degli exchange avrebbe segnalato maggiori ostacoli per i clienti e che il 70% avrebbe definito le condizioni bancarie più ostili rispetto a un anno prima.
Le banche hanno ragioni legittime per verificare i trasferimenti connessi ai criptoasset, alla luce dei rischi di frode, truffe e riciclaggio di denaro. La questione posta da Stand With Crypto non riguarda quindi l’esistenza dei controlli, ma il confine tra verifiche proporzionate al singolo cliente e alla singola operazione e restrizioni applicate preventivamente a un’intera categoria di attività. L’organizzazione sostiene che divieti generalizzati, limiti rigidi e politiche poco chiare possano ostacolare anche l’accesso a exchange registrati.
La composizione dei reclami raccolti aggiunge un elemento al dibattito. Le banche con limiti pubblicati rappresentano il 61% delle segnalazioni; gli istituti senza restrizioni pubblicate ne concentrano il 28%; quelli associati a divieti assoluti risultano poco sotto il 10%. Queste percentuali non consentono di costruire una graduatoria di trasparenza, rischio o qualità del servizio, perché dipendono dalla partecipazione volontaria e non tengono conto delle dimensioni relative delle banche. Mostrano tuttavia che la contestazione non riguarda solo i divieti totali: soglie, ritardi e comunicazioni difficili da interpretare possono incidere sulla prevedibilità del servizio per il cliente.
Il governo britannico e la FCA stanno elaborando un quadro normativo più ampio per i criptoasset. In questo contesto, la questione bancaria rimane distinta ma strettamente connessa alla regolamentazione delle piattaforme: definire regole per gli operatori non garantisce da solo la disponibilità dei canali di pagamento, mentre i controlli antifrode e antiriciclaggio restano parte delle responsabilità degli intermediari.
Stand With Crypto chiede alle banche di rendere chiare le restrizioni, spiegare i blocchi e offrire ai clienti possibilità concrete di contestare un trasferimento rifiutato. La richiesta non implica che ogni operazione debba essere autorizzata o che i criptoasset siano privi di rischi. Il punto è rendere comprensibile quando una decisione dipenda da limiti generali e quando da verifiche sul caso specifico. Per il mercato britannico, il confronto riguarda la possibilità di conciliare controlli mirati, accesso alle piattaforme e informazioni chiare per gli utenti.
BLOTIX si prepara a introdurre wBLOTIX, una nuova rappresentazione digitale del proprio token destinata a funzionare sulla blockchain di Ethereum. Una novità che amplia le possibilità di utilizzo dell'ecosistema e introduce un modello pensato per collegare la blockchain interna con una delle infrastrutture più diffuse nel settore delle criptovalute. Ma che cosa significa esattamente la lettera “w” che precede il nome BLOTIX e quali conseguenze avrà per gli utenti?
La risposta parte dal termine inglese Wrapped, che significa letteralmente avvolto. Nel linguaggio blockchain identifica un token che rappresenta un'altra attività digitale, rendendola utilizzabile su una rete differente da quella sulla quale esiste originariamente. Non si tratta necessariamente della creazione di una nuova ricchezza, ma di una soluzione tecnologica che permette a un asset di essere rappresentato e utilizzato all'interno di infrastrutture diverse.
Nel caso di BLOTIX, wBLOTIX sarà un token conforme allo standard ERC-20 di Ethereum, uno dei formati maggiormente utilizzati per la creazione e la gestione di asset digitali. Questa caratteristica permetterà al token di interagire con wallet compatibili, smart contract e applicazioni decentralizzate che operano sulla rete Ethereum, nei limiti delle integrazioni effettivamente disponibili.
Il funzionamento previsto si basa su un principio fondamentale: la copertura uno a uno. Per ogni wBLOTIX emesso su Ethereum dovrà essere bloccato un BLOTIX esistente sulla blockchain interna. In questo modo, la rappresentazione esterna sarà collegata a una quantità equivalente di token originari, che non potranno essere contemporaneamente destinati ad altri utilizzi.
Un esempio rende il meccanismo particolarmente semplice. Se vengono bloccati 100 BLOTIX sulla blockchain interna, potranno essere emessi 100 wBLOTIX su Ethereum. Non significa che esistano 200 unità economiche indipendenti. Le 100 unità originarie rimangono vincolate, mentre le rispettive rappresentazioni esterne diventano utilizzabili sulla nuova rete.
Il principio ricorda quello adottato da Wrapped Bitcoin, conosciuto come WBTC, che consente di rappresentare Bitcoin in forma tokenizzata su Ethereum e su altre reti compatibili. Il confronto riguarda il meccanismo generale di rappresentazione e copertura, senza implicare che i due progetti utilizzino identici sistemi di custodia, sicurezza o governance.
La nuova architettura BLOTIX prevede una dotazione iniziale di 21 milioni di wBLOTIX. Per renderla operativa sarà necessario vincolare preventivamente una quantità corrispondente di BLOTIX interni. I 21 milioni rappresenteranno la disponibilità iniziale prevista per l'utilizzo esterno e non un limite massimo definitivo. Eventuali emissioni successive dovranno rispettare lo stesso rapporto di copertura.
Questa evoluzione si inserisce in un ecosistema la cui dotazione originaria è stata fissata in 1.000 miliardi di BLOTIX. Parallelamente alla rappresentazione su Ethereum, proseguirà il programma di burn sulla blockchain interna, attraverso il quale determinati token vengono definitivamente eliminati dalla disponibilità complessiva.
Le operazioni di distruzione continueranno a essere tracciabili attraverso Blotix Scan, con informazioni relative alle quantità eliminate, alle transazioni e alla supply residua. I token bloccati a copertura dei wBLOTIX saranno esclusi dal programma di burn per tutta la durata del vincolo.
La progressiva riduzione della quantità complessiva di BLOTIX potrà aumentare il peso percentuale dei wBLOTIX rispetto alla supply residua, senza modificare automaticamente il numero di token presenti su Ethereum. Questo aspetto distingue il funzionamento della rappresentazione esterna dalle operazioni di distruzione eseguite internamente.
È importante chiarire anche che il rapporto 1:1 riguarda esclusivamente la quantità di token rappresentata. Non costituisce una garanzia di identico prezzo sui mercati, poiché le quotazioni dipenderanno dalla domanda, dalla liquidità, dalle condizioni di scambio e dall'effettivo utilizzo dell'ecosistema.
La lettera “w” non rappresenta quindi un moltiplicatore di valore, ma identifica una modalità tecnologica di utilizzo dello stesso asset su una rete differente. Con wBLOTIX, il progetto punta a coniugare l'accessibilità dell'infrastruttura Ethereum con la continuità della propria blockchain interna, mantenendo separati e verificabili i meccanismi di copertura, emissione e burn.