L’economia digitale potrebbe trovarsi davanti a una nuova svolta: non più soltanto persone che comprano token, scambiano criptovalute o usano piattaforme decentralizzate, ma agenti di intelligenza artificiale capaci di decidere, pagare, negoziare e completare transazioni in autonomia. È questa la tesi emersa con forza all’Hong Kong Web3 Festival, dove esperti, autorità e operatori del settore hanno discusso di un futuro in cui una parte crescente dell’attività economica sarà gestita da software intelligenti, programmati per agire secondo regole fissate nel codice.
Gli agenti AI non sono semplici chatbot. Sono programmi in grado di analizzare una situazione, valutare le alternative, prendere una decisione e compiere un’azione senza attendere ogni volta un comando umano. Nel mondo delle criptovalute, questa caratteristica può diventare rivoluzionaria. La blockchain, infatti, è un ambiente sempre aperto, dove il trading, i prestiti, gli scambi di token e le operazioni di finanza decentralizzata avvengono senza interruzione. Un agente intelligente potrebbe operare giorno e notte, controllare i mercati, gestire liquidità, eseguire pagamenti, concludere accordi e spostare valore tra piattaforme diverse.
Secondo le stime richiamate al festival e attribuite a McKinsey, entro il 2030 gli agenti basati sull’intelligenza artificiale potrebbero movimentare tra 3 e 5 trilioni di dollari di scambi commerciali ogni anno. Il dato è enorme se confrontato con l’attuale valore complessivo del mercato crypto, vicino ai 2 trilioni di dollari. Significa che l’economia agentiva potrebbe diventare una frontiera più grande dell’intero settore delle criptovalute come lo conosciamo oggi.
Il punto centrale è che le banche tradizionali non sono state progettate per questo scenario. I sistemi finanziari classici si fondano su conti, verifiche, intermediari, autorizzazioni manuali e procedure pensate per operazioni relativamente grandi, lente e controllate da persone. Gli agenti AI, invece, lavorano su micro-operazioni rapide, continue, automatizzate e potenzialmente numerosissime. Possono eseguire migliaia di decisioni in tempi molto brevi, generando un flusso economico che i sistemi bancari convenzionali faticano a gestire.
Qui entra in gioco la blockchain. Una rete blockchain consente di registrare le operazioni in modo permanente, verificabile e trasparente. Gli smart contract possono eseguire automaticamente condizioni già stabilite, riducendo il bisogno di intermediari. Per un agente AI, questo ambiente è naturale: il codice decide, il codice esegue, il codice registra. La fiducia non deriva più soltanto da una banca o da un’autorità centrale, ma dalla tracciabilità delle operazioni e dalla struttura tecnica della rete.
Durante il festival è stata presentata anche l’idea di una architettura a doppio token. Da un lato vi sarebbero token legati all’intelligenza artificiale, utili a misurare la potenza di calcolo utilizzata dagli agenti. Dall’altro vi sarebbero token blockchain destinati a tracciare il flusso del valore. In questo modello, l’attività economica non sarebbe più basata solo su contratti tra persone, ma anche su accordi tra persone e macchine, o direttamente tra macchine.
Alcuni segnali sono già visibili. Piattaforme come Fetch.ai e SingularityNET lavorano su sistemi in cui gli agenti possono scambiarsi servizi, mentre progetti come Autonolas sviluppano strumenti per applicare strategie autonome nella finanza decentralizzata. Anche nel trading automatico la trasformazione è già iniziata: su Binance AI Pro, secondo i dati richiamati, quasi metà delle operazioni avverrebbe ormai senza intervento diretto degli utenti.
Naturalmente, gli ostacoli restano significativi. Servono reti più veloci, sistemi più sicuri, regole più chiare e strumenti capaci di evitare abusi, errori automatici o manipolazioni. Le soluzioni di livello 2, come Optimism e Arbitrum, puntano ad aumentare la velocità delle transazioni, mentre le prove a conoscenza zero possono migliorare privacy e protezione dei dati. Ma il problema non è solo tecnico. È anche giuridico, finanziario e culturale: chi risponde se un agente sbaglia? Chi controlla un sistema che opera da solo? Come si impedisce che l’automazione diventi opaca?
La direzione, però, appare tracciata. Se gli agenti AI diventeranno comuni quanto le app per smartphone, potranno cambiare il modo in cui paghiamo, investiamo, prendiamo decisioni economiche e interagiamo con la finanza digitale. La prossima grande frontiera crypto potrebbe non essere una nuova moneta, ma una nuova economia: automatizzata, intelligente, continua e costruita sull’incontro tra intelligenza artificiale e blockchain.
Solana continua a guadagnare terreno nel cuore più dinamico della finanza decentralizzata. Per la quinta settimana consecutiva, la rete ha superato Ethereum nei ricavi generati dalle applicazioni decentralizzate, confermando una tendenza che non può più essere letta come un episodio isolato. Il dato segnala un cambiamento concreto nell’attività economica on-chain, dove velocità, costi ridotti e volumi elevati stanno ridefinendo gli equilibri tra le principali blockchain.
Nella settimana conclusa il 20 aprile, secondo i dati di DeFiLlama, Solana ha registrato 16,94 milioni di dollari di ricavi dalle dApp, in crescita rispetto ai 15,32 milioni della settimana precedente. Al secondo posto si è collocata Hyperliquid L1, con 14,18 milioni di dollari, mentre Ethereum si è fermata a 13,55 milioni. Il dato di Ethereum, tuttavia, non va letto soltanto in chiave negativa, perché la rete ha comunque segnato un recupero rilevante rispetto agli 11,12 milioni della settimana precedente, con un aumento di 2,43 milioni di dollari, il più ampio incremento assoluto tra le prime tre blockchain.
Il sorpasso di Solana si spiega soprattutto con un elemento strutturale che oggi pesa moltissimo nell’economia delle reti decentralizzate. Le commissioni di transazione restano estremamente basse, intorno a 0,0005 dollari come valore mediano, mentre sulla mainnet di Ethereum possono variare in modo molto più sensibile, soprattutto nei momenti di congestione. Questo divario rende Solana particolarmente adatta ad attività ad alta frequenza, piccoli scambi, trading rapido e operazioni ripetute, cioè a quell’insieme di comportamenti che, presi singolarmente, possono avere valore ridotto, ma nel loro complesso producono un volume economico imponente.
Nel primo trimestre del 2026 la rete Solana ha elaborato circa 10,1 miliardi di transazioni non di voto, mantenendo un throughput vicino a 1.300 transazioni al secondo. Ancora più significativo è il dato sui DEX, dove Solana ha intercettato il 41% del volume spot on-chain, pari a 284,5 miliardi di dollari, superando Ethereum e le sue reti Layer 2 considerate insieme. È un passaggio importante, perché mostra che Solana non sta crescendo soltanto come infrastruttura tecnica, ma come ambiente operativo in cui si concentrano liquidità, utenti e applicazioni.
Ethereum, però, conserva una profondità che Solana non ha ancora raggiunto. Il primato settimanale nei ricavi delle dApp non coincide necessariamente con il predominio complessivo dell’ecosistema. Ethereum mantiene oltre 85 miliardi di dollari di TVL nella DeFi, contro circa 10 miliardi di Solana, e continua a dominare anche nel settore delle stablecoin, con circa 40 miliardi di dollari rispetto ai 17,4 miliardi presenti su Solana. Questo significa che Ethereum resta la rete più solida in termini di capitale immobilizzato, fiducia istituzionale, infrastruttura finanziaria e profondità dei mercati.
Il confronto diventa ancora più interessante se si guarda alla tokenizzazione degli asset del mondo reale, uno dei settori più osservati dalla finanza tradizionale. Ethereum guida ancora con circa 15,2 miliardi di dollari in asset tokenizzati, ma Solana ha mostrato segnali di accelerazione, superando Ethereum per la prima volta nei depositi di prestito legati agli RWA nel primo trimestre, raggiungendo 1,23 miliardi di dollari, con una crescita del 115% rispetto al trimestre precedente. È un dato che suggerisce come Solana non sia più soltanto la rete del trading veloce, ma stia cercando uno spazio anche nella finanza tokenizzata più strutturata.
Il calo dei ricavi delle dApp, inoltre, non riguarda una sola blockchain. Anche BNB Chain e Polygon risultano più indietro, mentre il rallentamento dell’interesse verso l’attività DEX ha inciso sull’intero settore. In questo quadro, il vantaggio di Solana appare ancora più evidente, perché la rete riesce a mantenere ricavi elevati anche in un mercato non particolarmente espansivo.
Rilevante è anche il segnale proveniente dagli investitori istituzionali. Gli ETP basati su Solana hanno registrato afflussi netti pari a 208 milioni di dollari nel primo trimestre, attirando una quantità di capitale significativa rispetto alla propria capitalizzazione di mercato. Anche gli ETF spot su SOL quotati negli Stati Uniti hanno mostrato cinque giorni consecutivi di afflussi positivi al 20 aprile, confermando un interesse che va oltre la sola comunità crypto.
Le applicazioni costruite su Solana hanno generato 292 milioni di dollari di ricavi complessivi nel primo trimestre, con un ruolo centrale della piattaforma Pump.fun, responsabile del 42% del totale. Questo dato mostra però anche una fragilità potenziale, perché una parte rilevante dei ricavi dipende da specifiche aree speculative e da piattaforme molto concentrate.
La fotografia complessiva è quindi chiara. Solana sta vincendo la partita della velocità, dei costi bassi e dell’attività ad alta frequenza. Ethereum, invece, resta dominante nella profondità finanziaria, nella DeFi strutturale, nelle stablecoin e nella tokenizzazione più matura. Il mercato non sta semplicemente scegliendo un vincitore assoluto. Sta distinguendo le funzioni. Solana appare sempre più come la rete della circolazione rapida. Ethereum rimane il grande deposito di valore infrastrutturale della finanza decentralizzata.
Le stablecoin ancorate al dollaro stanno diventando uno dei punti più delicati della nuova finanza digitale globale. Secondo gli avvertimenti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca dei Regolamenti Internazionali, la loro diffusione nei mercati emergenti rischia di produrre effetti profondi sulla stabilità monetaria, sulla capacità delle banche centrali di governare l’economia e persino sulla sovranità finanziaria degli Stati più fragili. Il problema non riguarda soltanto la crescita del settore crypto, ma il modo in cui milioni di cittadini e imprese, soprattutto nei Paesi con valute deboli o instabili, stanno cercando rifugio in strumenti digitali denominati in dollari.
Le stablecoin nascono per offrire un valore stabile rispetto a una valuta di riferimento, quasi sempre il dollaro statunitense. In teoria, servono a facilitare pagamenti, scambi e trasferimenti rapidi. In pratica, però, nei Paesi dove l’inflazione è elevata, le monete locali sono instabili e il sistema bancario è percepito come poco sicuro, esse diventano una forma immediata di protezione patrimoniale. Il cittadino non compra soltanto un token digitale. Compra esposizione al dollaro, accesso a una moneta più forte e possibilità di muovere denaro fuori dai canali tradizionali.
È proprio questo meccanismo a preoccupare le istituzioni internazionali. La vicedirettrice generale del FMI, Gita Gopinath, e altri funzionari hanno segnalato che le stablecoin potrebbero accelerare la fuga dei depositi dalle banche locali, riducendo la capacità delle autorità monetarie di controllare l’offerta di moneta, il credito e l’inflazione. Se famiglie e imprese spostano i propri risparmi verso token in dollari, le banche nazionali perdono liquidità, i governi perdono strumenti di intervento e le banche centrali vedono indebolita la propria capacità di stabilizzare il sistema.
Il fenomeno ha dimensioni potenzialmente enormi. Secondo una previsione di Standard Chartered, i risparmi detenuti in stablecoin nei mercati emergenti potrebbero passare da 173 miliardi di dollari a 1.220 miliardi di dollari entro il 2028. Una crescita di questa portata implicherebbe deflussi superiori a mille miliardi dai sistemi bancari locali. I Paesi più esposti sarebbero economie come Egitto, Pakistan, Colombia, Bangladesh e Sri Lanka, ma anche mercati più grandi come Turchia, India, Cina, Brasile, Sudafrica e Kenya risultano vulnerabili.
Il dato più significativo è che circa il 66% dell’offerta globale di stablecoin, pari a circa 290 miliardi di dollari, sarebbe già detenuto nei mercati emergenti. Questo mostra che la stablecoin non è più soltanto uno strumento usato dai trader crypto, ma una vera alternativa monetaria nei Paesi dove la valuta nazionale non riesce a proteggere pienamente il potere d’acquisto. In molti casi, questi strumenti vengono utilizzati per difendersi dalla svalutazione, ricevere pagamenti dall’estero, trasferire fondi rapidamente o aggirare restrizioni bancarie e controlli sui capitali.
La BRI ha riconosciuto che le stablecoin offrono accesso semplice al dollaro nelle economie vulnerabili, ma ha anche avvertito che esse possono facilitare l’elusione normativa, aumentare i rischi di dollarizzazione digitale e compromettere l’integrità finanziaria. Una ricerca separata ha evidenziato che l’aumento dei flussi in entrata di stablecoin può contribuire al deprezzamento delle valute locali e all’ampliamento dei costi di finanziamento in dollari sui mercati valutari. In sostanza, quanto più cresce la domanda di stablecoin in dollari, tanto più la moneta locale rischia di perdere forza.
C’è poi un ulteriore profilo, quello della legalità finanziaria. Il GAFI ha indicato le stablecoin come la categoria di asset virtuali più frequentemente utilizzata per operazioni illecite, segnalando che nel 2025 esse avrebbero rappresentato circa l’84% del volume delle transazioni illecite in asset virtuali. Anche il tema delle sanzioni internazionali è sempre più rilevante, perché strumenti rapidi, globali e digitali possono essere usati da soggetti ostili per aggirare blocchi finanziari e controlli geopolitici.
Per questo le banche centrali stanno cercando alternative. La risposta più discussa è quella dei depositi bancari tokenizzati, cioè forme digitali di deposito emesse da banche regolamentate, potenzialmente capaci di offrire maggiore tutela giuridica, garanzie sui depositi, pagamento di interessi e protezione in caso di insolvenza. La Banca d’Inghilterra e la Banca Centrale Europea guardano con favore a questi strumenti rispetto alle stablecoin private, perché consentirebbero di innovare i pagamenti senza trasferire il controllo monetario a soggetti non bancari o prevalentemente legati al dollaro.
Il nodo resta aperto. Le stablecoin vincono perché sono veloci, accessibili, globali e semplici da usare. I depositi tokenizzati potranno competere solo se sapranno offrire la stessa efficienza, mantenendo però un rapporto più solido con il sistema bancario e con le regole pubbliche. La partita, quindi, non è soltanto tecnologica. È monetaria, politica e geopolitica. Nei mercati emergenti, l’ombra digitale del dollaro potrebbe diventare sempre più lunga, fino a ridisegnare il rapporto tra cittadini, banche e Stati.
Un consorzio formato da dodici banche europee ha scelto Fireblocks per realizzare l’infrastruttura tecnica di una nuova stablecoin in euro, in una delle operazioni più rilevanti finora avviate in Europa per riportare al centro la moneta unica anche nella finanza digitale. Il progetto non riguarda soltanto il mondo crypto in senso stretto, ma tocca un tema molto più ampio, quello della sovranità monetaria europea nell’epoca degli asset tokenizzati, dei pagamenti istantanei e delle infrastrutture finanziarie basate su blockchain.
La joint venture si chiama Qivalis, ha sede ad Amsterdam e punta a lanciare la stablecoin nella seconda metà del 2026, subordinatamente all’autorizzazione della De Nederlandsche Bank, la banca centrale olandese, come istituto di moneta elettronica. È un passaggio essenziale, perché nel quadro europeo definito dal MiCA, le stablecoin ancorate a valute ufficiali devono rispettare requisiti stringenti in termini di riserve, trasparenza, rimborso e controlli.
Il consorzio comprende alcuni dei nomi più importanti del sistema bancario europeo, tra cui Banca Sella, BBVA, BNP Paribas, CaixaBank, Danske Bank, DekaBank, DZ BANK, ING, KBC, Raiffeisen Bank International, SEB e UniCredit. La nascita di Qivalis era stata avviata nel settembre 2025 con nove membri fondatori, per poi ampliarsi fino agli attuali dodici. L’ingresso di BBVA nel febbraio 2026 è particolarmente significativo, perché la banca spagnola aveva inizialmente valutato un proprio progetto autonomo di stablecoin in euro, salvo poi convergere verso una piattaforma comune.
La nuova stablecoin europea sarà garantita con rapporto uno a uno rispetto all’euro. Secondo l’impostazione annunciata, almeno il 40% delle riserve sarà detenuto in depositi bancari, mentre la parte restante sarà investita in titoli di Stato a breve termine e di alta qualità emessi da Paesi dell’area euro. Questa struttura mira a combinare stabilità, liquidità e conformità regolamentare, evitando i rischi tipici dei modelli opachi o eccessivamente esposti ad attività illiquide.
Il ruolo di Fireblocks sarà centrale. La società fornirà l’infrastruttura per l’emissione, la distribuzione e la gestione della stablecoin, integrando nel ciclo operativo delle transazioni i controlli antiriciclaggio, lo screening delle sanzioni e le verifiche know your customer. In questo modo il progetto si distingue dalle stablecoin nate in contesti più speculativi, perché nasce espressamente per un utilizzo regolamentato, bancario e istituzionale.
Il vero obiettivo non sembra essere il trading retail di criptovalute. Qivalis guarda piuttosto al regolamento interbancario, alla gestione della tesoreria, ai pagamenti transfrontalieri e al trading di asset tokenizzati. In altre parole, la stablecoin punta a diventare uno strumento operativo per banche, imprese e operatori finanziari che vogliono muovere valore in euro in modo rapido, programmabile e sempre disponibile. Il sistema dovrebbe inoltre supportare il rimborso 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, elemento decisivo per rendere la moneta digitale realmente utilizzabile nei mercati globali.
La sfida è enorme. Il mercato mondiale delle stablecoin è dominato quasi interamente dal dollaro. A marzo 2026, il valore complessivo del settore si collocava intorno ai 316-320 miliardi di dollari, con i token denominati in dollari responsabili di oltre il 95% dell’offerta. Le stablecoin in euro, invece, restavano marginali, con un valore stimato intorno ai 650 milioni di dollari. Questo squilibrio mostra quanto sia profonda la distanza tra la forza dell’euro nel sistema finanziario tradizionale e la sua presenza ancora limitata nell’economia digitale on-chain.
Alcuni operatori europei si sono già mossi. Société Générale e Oddo BHF hanno lanciato stablecoin in euro conformi al MiCA, ma nessuna iniziativa ha finora riunito il peso collettivo di un consorzio bancario così ampio. La differenza, in questo caso, è proprio la dimensione istituzionale. Una stablecoin promossa da dodici banche può avere maggiore credibilità presso imprese, tesorerie, fondi, piattaforme di tokenizzazione e operatori finanziari regolamentati.
Il progetto Qivalis si inserisce in una tendenza politica più ampia. L’Europa teme una possibile dollarizzazione digitale, cioè uno scenario in cui anche pagamenti, regolamenti e mercati tokenizzati europei finiscano per utilizzare prevalentemente strumenti denominati in dollari. Per questo la creazione di una stablecoin in euro non è soltanto una scelta tecnologica, ma anche una decisione strategica. Significa costruire un’infrastruttura monetaria europea capace di competere in un ambiente globale sempre più digitale.
La partita, tuttavia, è appena iniziata. Il successo dipenderà dall’autorizzazione della banca centrale olandese, dalla capacità del consorzio di attrarre volumi reali e dall’effettiva integrazione della stablecoin nei processi bancari e finanziari. Ma il segnale è forte. L’Europa non vuole più limitarsi a regolare l’innovazione altrui. Vuole costruire strumenti propri, conformi, affidabili e denominati nella propria moneta.
Il confronto tra JPMorgan Chase e Citigroup si sta spostando dal terreno tradizionale dei pagamenti internazionali a quello, molto più strategico, della blockchain finanziaria. Non si tratta più soltanto di rendere più rapidi i bonifici o più efficiente la gestione della liquidità aziendale. La vera partita riguarda l’architettura del denaro digitale, cioè il modo in cui banche, imprese e investitori istituzionali trasferiranno valore nei prossimi anni.
Le due grandi banche americane partono dallo stesso problema, ma scelgono strade diverse. Il denaro si muove ormai in un’economia globale che non dorme mai, mentre molte infrastrutture bancarie restano ancora legate a orari, intermediari e tempi di regolamento non sempre compatibili con la velocità dei mercati. La tokenizzazione dei depositi, le stablecoin e le reti blockchain permissioned promettono di superare questo limite, consentendo trasferimenti quasi istantanei, operativi ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette.
Citi appare più aperta al dialogo con l’ecosistema crypto. La partnership con Coinbase va letta proprio in questa direzione. L’obiettivo è sviluppare soluzioni di pagamento digitale per clienti istituzionali, con un’attenzione crescente alle stablecoin e alla possibilità di collegare in modo più fluido moneta tradizionale e asset digitali. Accanto a questa strategia, Citi ha già sviluppato Citi Token Services, un sistema che consente di trasformare i depositi dei clienti in token digitali utilizzabili per pagamenti transfrontalieri, gestione della liquidità e operazioni commerciali automatizzate.
La logica è chiara. Se il valore può circolare altrove in modo più rapido, una grande banca globale non può limitarsi a difendere le vecchie rotaie. Deve costruire nuove infrastrutture, mantenendo però il rapporto fiduciario con la clientela istituzionale. In questo senso, Citi non sta semplicemente inseguendo il mondo crypto, ma sta cercando di assorbirne la parte più utile dentro una struttura bancaria regolata.
JPMorgan, invece, ha scelto una linea più interna e controllata. La piattaforma Kinexys, già nota in passato come Onyx, rappresenta la sua grande scommessa proprietaria. È una blockchain permissioned, pensata per operatori istituzionali e per grandi flussi finanziari. Secondo i dati disponibili, Kinexys ha già superato i 3.000 miliardi di dollari di volumi cumulativi e punta a raggiungere circa 10 miliardi di dollari di transazioni giornaliere. La recente collaborazione con Mitsubishi Corporation rafforza questa impostazione, perché porta la blockchain di JPMorgan dentro la gestione concreta dei flussi di cassa globali di una grande multinazionale.
Il punto centrale è che JPMorgan non vuole consegnare il futuro dei pagamenti a una pluralità disordinata di emittenti privati di stablecoin. La banca guarda con favore ai token di deposito, cioè rappresentazioni digitali di denaro bancario già inserite in un quadro regolato. Da qui anche l’interesse per l’integrazione di JPM Coin su reti come Canton Network, pensate per i mercati istituzionali e per esigenze di privacy, conformità e controllo.
La divergenza tra Citi e JPMorgan riflette una domanda più ampia. Il futuro dei pagamenti digitali sarà costruito su stablecoin aperte, capaci di circolare in ecosistemi più larghi, oppure su reti bancarie controllate, dove il denaro tokenizzato resta saldamente dentro perimetri autorizzati? La risposta non dipenderà solo dalla tecnologia, ma soprattutto dalla regolazione. Il GENIUS Act negli Stati Uniti punta a definire un quadro federale per le stablecoin di pagamento, introducendo obblighi più chiari in materia di antiriciclaggio, riserve, vigilanza e conformità.
Per le banche globali, la blockchain non è più un laboratorio laterale. È diventata una nuova infrastruttura competitiva. Chi controllerà i binari del denaro digitale controllerà anche una parte decisiva della finanza del futuro. Citi sembra voler presidiare il ponte tra banche e stablecoin. JPMorgan preferisce costruire una rete istituzionale chiusa, regolata e proprietaria. Due strategie diverse, una sola consapevolezza comune: il pagamento del futuro non sarà soltanto più veloce, sarà programmabile, tokenizzato e integrato nella nuova economia digitale.