In Corea del Sud il Bitcoin entra ufficialmente nel mondo dei prestiti bancari tradizionali. Jeonbuk Bank, istituto del gruppo finanziario JB Financial Group, ha avviato un servizio che permette alle imprese di ottenere finanziamenti in won, la valuta nazionale, offrendo la criptovaluta come garanzia. È una novità per il sistema bancario sudcoreano e segna un ulteriore avvicinamento tra gli strumenti della finanza convenzionale e il mercato degli asset digitali.
Il funzionamento è relativamente semplice. Un’azienda che possiede Bitcoin e ha bisogno di liquidità per sostenere le proprie attività può chiedere un prestito senza vendere immediatamente le monete digitali. La banca eroga denaro utilizzabile per le spese operative, mentre i Bitcoin vengono vincolati a garanzia del rimborso. L'impresa conserva così l'esposizione economica alla criptovaluta, ma assume un debito da rimborsare secondo le condizioni contrattuali.
Il servizio, almeno nella fase iniziale, è riservato esclusivamente alle aziende. Non riguarda quindi i risparmiatori privati e non consente di impegnare indistintamente qualsiasi criptovaluta. Jeonbuk Bank ha scelto soltanto Bitcoin, considerandolo più adatto rispetto ad altri asset digitali grazie alle dimensioni del mercato, agli scambi elevati e alla maggiore possibilità di individuare prezzi attendibili.
Un elemento centrale riguarda la custodia. La banca non riceve direttamente i Bitcoin e non gestisce i portafogli digitali che li contengono. Gli asset vengono affidati a operatori specializzati e registrati, mentre l’istituto mantiene i diritti necessari a far valere la garanzia. Questa separazione consente di utilizzare una ricchezza digitale all’interno di un rapporto di credito tradizionale, senza obbligare la banca a diventare essa stessa custode di criptovalute.
La svolta è stata resa possibile anche dalle modifiche alle norme sudcoreane sull’esecuzione civile, entrate in vigore il primo ottobre 2026. Le nuove procedure disciplinano il sequestro e la vendita dei diritti relativi agli asset virtuali. Se l’impresa non restituisce il finanziamento, la banca può quindi ricorrere ai meccanismi giudiziari per ottenere la vendita delle garanzie e recuperare quanto dovuto attraverso il ricavato.
Resta però un problema decisivo, rappresentato dalle oscillazioni del Bitcoin. Una garanzia che oggi vale molto potrebbe perdere una parte significativa del proprio valore in poche ore. Per questo Jeonbuk Bank ha effettuato prove di resistenza a forti ribassi e predisposto un sistema di valutazione che prende in considerazione i prezzi di più piattaforme internazionali e indicatori di volatilità. La liquidità del mercato non elimina comunque il rischio di perdite, soprattutto se una vendita forzata richiede tempi giudiziari incompatibili con la rapidità delle quotazioni.
Non sono stati resi pubblici i tassi applicati, gli importi massimi finanziabili e il rapporto richiesto tra prestito e valore dei Bitcoin depositati. Mancano anche indicazioni precise sulle soglie che potrebbero far scattare richieste di garanzie aggiuntive. Un rappresentante della banca ha comunque confermato che almeno un finanziamento è già stato concesso, senza rivelare l’identità dell’impresa beneficiaria.
La scelta rientra in una strategia più ampia: l’istituto lavora anche su pagamenti, stablecoin e strumenti capaci di collegare conti bancari e portafogli digitali attraverso un’unica interfaccia.
L’interesse dell’operazione va oltre il singolo prestito. Per un’azienda che detiene Bitcoin, poter ottenere capitale circolante senza liquidare le proprie riserve apre nuove possibilità di gestione finanziaria. Per le banche, invece, si prospetta un mercato da esplorare con prudenza, costruendo regole solide sulla custodia, sulla valutazione e sul recupero del credito.
L’esperimento sudcoreano non significa che Bitcoin sia diventato una garanzia priva di rischi, né annuncia automaticamente prestiti in criptovalute per tutti. Dimostra piuttosto che la finanza tradizionale sta imparando a riconoscere gli asset digitali come beni economicamente utilizzabili, purché inseriti in un sistema di controlli e responsabilità. Il vero banco di prova arriverà quando il modello dovrà affrontare un mercato in forte ribasso.
Il Regno Unito intensifica la pressione sulle reti finanziarie sospettate di aiutare la Russia ad aggirare le sanzioni internazionali e porta nel mirino anche il settore delle criptovalute. Il governo britannico ha annunciato l’8 ottobre 2026 un nuovo pacchetto di 38 misure che comprende tre piattaforme di scambio crypto, due servizi di pagamento e altri soggetti collegati all’economia di guerra russa. L’obiettivo dichiarato è interrompere i canali attraverso cui denaro e risorse continuerebbero a raggiungere Mosca nonostante le restrizioni occidentali.
Tra i nomi coinvolti figurano Cryptomus e Heleket, piattaforme riconducibili alla società canadese Xeltox Enterprises, e TokenSpot, operatore con sede in Kirghizistan. Le autorità hanno inoltre inserito nelle liste Tsunami Payments e Processing KG, società di pagamenti kirghise, insieme a Ulan Bukabaev, dirigente di Processing KG. Non tutte queste denominazioni corrispondono a società autonome: Cryptomus e Heleket compaiono nell’ambito della designazione di Xeltox, particolare importante per comprendere la struttura del provvedimento.
Secondo Londra, alcuni operatori potrebbero aver facilitato trasferimenti finanziari destinati a superare i blocchi imposti alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Il governo riferisce che due delle imprese colpite hanno elaborato o agevolato operazioni riconducibili ad A7, una rete finanziaria sostenuta dal Cremlino. La stessa rete avrebbe dichiarato di aver movimentato più di 90 miliardi di dollari nell’anno precedente: un dato riportato dalle autorità britanniche, non una cifra presentata come accertamento indipendente.
Al centro dell’attenzione c’è anche A7A5, una stablecoin collegata al rublo. A differenza delle criptovalute che oscillano liberamente sui mercati, una stablecoin cerca di mantenere un valore stabile rispetto alla valuta di riferimento. Questa caratteristica può renderla adatta ai pagamenti transfrontalieri, ma non impedisce che venga utilizzata, secondo le autorità, all’interno di sistemi pensati per sottrarsi ai controlli finanziari. La tecnologia blockchain permette infatti di trasferire fondi senza ricorrere necessariamente ai circuiti bancari tradizionali.
Le misure britanniche prevedono il congelamento dei beni delle entità designate soggetti alla giurisdizione del Regno Unito e restrizioni sulle operazioni finanziarie che le coinvolgono. Per banche, intermediari e imprese crypto significa dover verificare con maggiore attenzione controparti, portafogli digitali e collegamenti societari. Non si tratta di un divieto generale sulle criptovalute, ma di interventi rivolti a soggetti individuati nell’ambito del regime sanzionatorio.
La vicenda evidenzia inoltre il ruolo assunto dal Kirghizistan nei percorsi finanziari osservati dalle autorità occidentali. Secondo un’analisi della società specializzata TRM Labs, TokenSpot avrebbe trasferito oltre 950 milioni di dollari verso Grinex, Garantex e la rete A7. Sono valutazioni di un operatore privato basate sull’analisi delle transazioni blockchain e devono essere distinte dalle contestazioni formulate ufficialmente dal governo britannico.
Un aspetto delicato riguarda la continuità operativa delle piattaforme. Le indagini sui flussi digitali mostrano che alcuni servizi possono cambiare nome, società o infrastruttura, rendendo necessario seguire non soltanto i marchi commerciali ma anche gli indirizzi utilizzati per ricevere e inviare fondi. Il tracciamento pubblico delle blockchain facilita alcune verifiche, ma l’attribuzione effettiva dei portafogli richiede ulteriori riscontri e non basta, da sola, a dimostrare la responsabilità di un soggetto.
Il pacchetto non si limita alla finanza digitale. Comprende anche due società petrolifere russe, dodici petroliere della cosiddetta flotta ombra e fornitori di materiali e componenti considerati rilevanti per la produzione di missili e droni. Londra cerca così di colpire contemporaneamente i ricavi energetici, le catene di approvvigionamento militare e gli strumenti attraverso cui circola il denaro.
Per il mercato crypto il messaggio è significativo. Gli asset digitali restano strumenti tecnologici utilizzabili per molte attività legittime, ma gli exchange devono confrontarsi con obblighi di controllo sempre più stringenti. La sfida, per governi e operatori, sarà contrastare le reti sospette senza confondere l’uso illecito di una piattaforma con l’intero settore delle criptovalute.
La geopolitica torna a muovere il mercato delle criptovalute e, questa volta, a favorire un recupero dopo una seduta difficile. Venerdì 9 ottobre 2026 Bitcoin ha ritrovato quota 82.600 dollari, allontanandosi dal minimo di circa 80.400 dollari toccato il giorno precedente. A cambiare il clima è stata la decisione annunciata dal presidente americano Donald Trump di non ordinare nuovi attacchi contro l’Iran prima delle elezioni di metà mandato, fissate per il 3 novembre.
L’annuncio ha ridotto il timore di un’immediata escalation militare, senza però chiudere la crisi tra Washington e Teheran. I contatti diplomatici proseguono, mentre resta in vigore il blocco statunitense dei porti iraniani. Per gli investitori la differenza è importante: una tregua nelle dichiarazioni può allentare la tensione sui mercati, ma non elimina i rischi collegati al conflitto, alle forniture energetiche e alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
La prima reazione si è vista nel petrolio. Dopo i rialzi alimentati dalle preoccupazioni sulle esportazioni mediorientali, il Brent è sceso nell’area dei 103 dollari al barile. Prezzi energetici meno sotto pressione possono attenuare le aspettative di inflazione e sostenere gli investimenti più esposti al rischio. Anche i futures di Wall Street hanno mostrato segnali positivi, con il Nasdaq 100 vicino a un progresso dell’1% e l’S&P 500 in rialzo inferiore allo 0,5%.
Il rimbalzo di Bitcoin racconta però soltanto una parte della giornata. La discesa precedente aveva colpito soprattutto gli operatori che utilizzano denaro preso a prestito per amplificare le proprie esposizioni. Nell’arco di ventiquattro ore le liquidazioni delle posizioni in derivati hanno superato il miliardo di dollari, con una netta prevalenza di scommesse rialziste chiuse forzatamente. Quando il prezzo ha ricominciato a salire, la pressione si è spostata su chi aveva puntato su ulteriori ribassi.
In una finestra di quattro ore, circa 25 milioni di dollari di posizioni sono stati liquidati e quasi quattro quinti riguardavano operazioni ribassiste. È il meccanismo delle cosiddette ricoperture degli short: chi scommette sulla discesa può essere costretto a riacquistare rapidamente l’attività, contribuendo così ad accelerarne il recupero. Un movimento di questo tipo non equivale necessariamente all’ingresso di nuovi capitali stabili nel mercato.
Sul mercato dei futures, intanto, l’interesse aperto su Bitcoin è diminuito dell’1,9% a circa 27,1 miliardi di dollari. Il dato suggerisce che la ripresa non sia stata accompagnata da una nuova espansione significativa della leva finanziaria. Questo dettaglio invita a distinguere una reazione di breve periodo da un’inversione strutturale della tendenza.
Il quadro delle altre criptovalute rimane contrastato. Ether si è attestato attorno a 2.500 dollari, con un calo di circa il 2% nelle ventiquattro ore considerate, e ha risentito di liquidazioni particolarmente intense rispetto alla propria capitalizzazione. Solana ha perso quasi il 4%, avvicinandosi ai 110 dollari, mentre XRP e Hyperliquid hanno mostrato variazioni più contenute. Anche l’indice CoinDesk 20 ha registrato una flessione prossima al 2%.
Dal punto di vista tecnico, il passaggio di Bitcoin nell’area degli 80.400 dollari ha coinciso con un livello osservato dagli operatori per valutare la tenuta della tendenza di medio periodo. Il successivo recupero suggerisce la presenza di acquisti sui ribassi, ma il bilancio settimanale resta negativo, con Bitcoin ancora sotto del 4% circa ed Ether in perdita del 9%.
A pesare sulle prospettive restano inoltre le scelte della Federal Reserve. La possibilità di nuovi aumenti dei tassi, in un contesto di inflazione sensibile al costo dell’energia, potrebbe ridurre la propensione al rischio. La pausa militare annunciata da Trump offre quindi ai mercati un sollievo immediato, non una garanzia di stabilità: per le criptovalute, la direzione delle prossime settimane dipenderà tanto dai grafici quanto dalle decisioni politiche e monetarie dei grandi attori internazionali.
La Thailandia prepara un cambiamento importante per il mercato delle criptovalute. Dal 16 ottobre 2026 entreranno in vigore nuove regole che consentiranno alle società di gestione del risparmio di creare ETF su Bitcoin ed Ether e quotarli direttamente sulla Borsa thailandese. La decisione, annunciata l’8 ottobre dalla Securities and Exchange Commission (SEC) del Paese, apre agli investitori un canale regolamentato per seguire l’andamento delle principali valute digitali senza doverle acquistare direttamente attraverso una piattaforma crypto.
Gli ETF, fondi negoziati in Borsa come le azioni, permettono di investire in un’attività finanziaria acquistando quote di un prodotto gestito da operatori professionali. Nel caso thailandese, gli strumenti dovranno replicare in modo passivo il prezzo di una sola criptovaluta. Ogni fondo dovrà mantenere, in media durante l’esercizio, un’esposizione netta almeno pari all’80% del proprio patrimonio a quell’attività. Per la fase iniziale il regolatore ha scelto esclusivamente Bitcoin ed Ether, lasciando a successive valutazioni un eventuale ampliamento dell’elenco.
A differenza della detenzione diretta, chi acquista quote di un ETF non controlla personalmente le chiavi digitali delle criptovalute. In cambio ottiene un prodotto negoziabile tramite intermediari finanziari tradizionali, soggetto però a commissioni di gestione e agli orari della Borsa locale.
La novità non consiste soltanto nell’autorizzazione dei prodotti. Gli ETF dovranno essere quotati e scambiati esclusivamente sulla Stock Exchange of Thailand, seguendo le regole previste per i fondi tradizionali e ulteriori requisiti specifici. Le società promotrici dovranno dimostrare di possedere personale qualificato, sistemi operativi adeguati e accordi affidabili con i fornitori di servizi. È un tentativo di avvicinare il settore degli asset digitali alle strutture e ai controlli della finanza convenzionale.
Particolare attenzione viene riservata alla custodia. Le criptovalute detenute dai fondi dovranno essere affidate a soggetti autorizzati e vigilati dalla SEC thailandese, anche quando il servizio venga svolto attraverso un subdepositario. In futuro l’autorità potrebbe valutare l’impiego di custodi esteri qualificati, ma soltanto in presenza delle condizioni previste. I gestori potranno inoltre delegare le attività specialistiche di investimento digitale esclusivamente a operatori muniti delle relative licenze.
Per i risparmiatori l’accesso sarà accompagnato da protezioni aggiuntive. Prima di negoziare un ETF crypto, gli investitori dovranno dichiarare di aver compreso le caratteristiche e i rischi dello strumento. Gli intermediari saranno tenuti a richiamare l’attenzione sulla volatilità dei prezzi, sulla necessità di diversificare e sulla coerenza dell’investimento con le capacità finanziarie personali. Sarà vietato alle società di intermediazione concedere finanziamenti a margine per comprare questi ETF, riducendo il rischio di esposizioni costruite con denaro preso a prestito.
Le nuove disposizioni consentiranno anche ai fondi comuni e ai fondi privati thailandesi di investire negli ETF crypto nazionali, rispettando i limiti già applicabili. Rimarranno invece restrizioni, nella prima fase, sui prodotti che permettono ai clienti non istituzionali di accedere indirettamente agli ETF esteri, compresi alcuni certificati rappresentativi. Bangkok punta così a sviluppare un’offerta domestica e a rafforzare gli intermediari vigilati sul proprio territorio.
Il provvedimento arriva dopo consultazioni pubbliche svolte tra aprile e maggio e successivamente tra agosto e settembre 2026. La SEC ha adottato undici atti regolamentari, segnalando la volontà di costruire un sistema organico anziché introdurre una semplice apertura commerciale. L’entrata in vigore delle norme non coincide comunque con l’immediata disponibilità di ETF acquistabili: saranno necessari il lancio dei singoli fondi e la loro effettiva quotazione.
Per la Thailandia si apre dunque una nuova fase nell’integrazione tra Borsa e criptovalute. L’obiettivo è ampliare le opportunità di investimento senza rinunciare ai controlli, ma la presenza di un intermediario autorizzato non elimina il rischio di perdita. Il successo dell’iniziativa dipenderà dall’interesse degli investitori, dalla qualità dei prodotti e dalla capacità del mercato di coniugare innovazione, trasparenza e tutela del risparmio.
L’Europa prepara una stretta sulle stablecoin e al centro dell’attenzione finisce USDT, il token legato al dollaro emesso da Tether. Con un parere pubblicato l’8 ottobre 2026, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, ESMA, ha chiesto alle autorità nazionali di intervenire sui servizi che consentono ai clienti dell’Unione di utilizzare stablecoin non conformi al regolamento MiCA. Per regolarizzare le esposizioni esistenti viene indicato un termine di tre mesi, che porta la scadenza all’8 gennaio 2027.
La decisione interessa un settore cruciale per il funzionamento delle criptovalute. Le stablecoin sono strumenti digitali progettati per mantenere un valore relativamente stabile, generalmente collegato a una valuta tradizionale. USDT, in particolare, è utilizzata per scambiare criptovalute, trasferire fondi tra portafogli e conservare liquidità senza convertirla in denaro bancario. Proprio questa diffusione rende le nuove indicazioni europee rilevanti per piattaforme e investitori.
Il punto è distinguere la limitazione dei servizi da un divieto di possesso. L’ESMA non ha annunciato che detenere USDT in un portafoglio diventerà illegale, né ha disposto una vendita obbligatoria dei token posseduti dai cittadini. Ha invece chiarito che gli operatori autorizzati ai sensi del MiCA non devono offrire ai clienti europei servizi collegati a stablecoin prive dei requisiti previsti dalla disciplina comunitaria. Il parere, inoltre, non menziona USDT, ma stabilisce criteri generali.
Le restrizioni riguardano una gamma di attività: negoziazione sulle piattaforme, conversioni, esecuzione e trasmissione degli ordini, consulenza, gestione dei portafogli, custodia e trasferimenti. Gli intermediari dovranno adottare controlli tecnici, contrattuali e organizzativi per evitare che gli utenti acquisiscano nuovi token non conformi o aumentino le posizioni già detenute. Non basterà quindi eliminare una coppia di scambio se altri servizi continueranno a offrire un accesso equivalente.
Per le posizioni già esistenti, tuttavia, è previsto un percorso di uscita ordinato. Nei limiti necessari potranno proseguire operazioni di vendita, conversione, prelievo, trasferimento e conservazione. Queste attività dovranno restare circoscritte nel tempo e sotto la vigilanza delle autorità competenti. Chi possiede USDT su un exchange europeo farebbe quindi bene a controllare le comunicazioni della piattaforma, le scadenze operative e le commissioni, senza interpretare il provvedimento come un invito a vendere immediatamente.
Alla base dell’intervento c’è il MiCA, il quadro europeo che disciplina l’emissione e la prestazione di servizi relativi alle criptoattività. Per i token collegati a una singola valuta ufficiale, le regole richiedono un emittente autorizzato come banca o istituto di moneta elettronica, oltre a obblighi informativi e di rimborso. L’obiettivo è rendere verificabili le garanzie offerte agli utilizzatori e ridurre i rischi connessi alla gestione delle riserve.
USDT si trova in una posizione delicata perché Tether non ha ottenuto l’autorizzazione europea necessaria per commercializzare il token secondo tali requisiti. Alcuni exchange hanno già limitato la disponibilità della stablecoin nell’area europea. L’orientamento dell’ESMA rafforza la necessità di applicare regole uniformi, riducendo la possibilità che servizi alternativi continuino a garantire lo stesso accesso attraverso percorsi indiretti.
La situazione potrebbe avvantaggiare gli emittenti che si sono adeguati al MiCA, tra cui Circle con USDC ed EURC, e accelerare lo sviluppo di soluzioni digitali denominate in euro. Allo stesso tempo, la riduzione dell’offerta di USDT presso gli operatori regolamentati potrebbe modificare liquidità, abitudini di negoziazione e costi delle conversioni per gli utenti europei. Molto dipenderà dalla capacità del mercato di garantire alternative efficienti.
La scadenza di gennaio rappresenta un passaggio molto importante, ma non coincide con la scomparsa di USDT né con il blocco automatico dei portafogli privati. La scelta europea riguarda il perimetro dei servizi finanziari autorizzati. Sarà decisivo osservare come gli operatori gestiranno la transizione e se la protezione regolamentare riuscirà a convivere con l’innovazione e la competitività del mercato digitale europeo.